La liberalizzazione postale nel 2011
A partire dal 1 gennaio 2011 il mercato postale dovrà essere liberalizzato. Al momento nessuna iniziativa in tal senso è stata presa.
Come noto, la normativa comunitaria impone alla maggioranza degli stati membri1 che non vi abbiano già provveduto — e l’Italia è tra questi — di liberalizzare completamente il settore dei servizi postali entro il 31 dicembre.
Il recepimento della terza direttiva postale condurrà all’eliminazione di qualsiasi diritto esclusivo sulla fornitura di servizi postali e dunque la rimozione della riserva di operatività ancora garantita agli incumbent a tutela della remunerazione degli obblighi di servizio universale.
Allo stato delle cose, però, la riserva rappresenta solo un frammento di una più ampia serie di tutele che presidiano il posizionamento di Poste Italiane sul mercato.
Il problema sta in quello che si definisce incumbent. Nel mercato postale lo Stato è contemporaneamente l’arbitro, l’unico giocatore (o quasi) e il cliente più generoso, e da questo conflitto d’interessi discendono tutte le altre storture del settore. Il controllo governativo dell’azienda è stato, se possibile, rafforzato da ultimo
dallo swap Eni-Enel messo a punto nel mese di giugno e perfezionato nei giorni scorsi, nel cui ambito il Ministero dell’Economia ha acquistato dalla Cassa Depositi e Prestiti il 35% di Poste da essa detenuto ed ha con ciò riottenenuto la piena proprietà del pacchetto azionario.
È evidente che l’unica soluzione credibile vada cercata, nel medio termine, nella privatizzazione
dell’azienda. Si tratta, però, di una strada assai tortuosa nell’immediato: come testimonia una pur superficiale ricognizione internazionale, il caso di un operatore postale pubblico effettivamente privatizzato è raro quanto l’ircocervo.
Le ragioni sono variegate. In primo luogo, rilevano considerazioni politiche: l’operatore postale è sovente tra le prime imprese di un paese per numero di dipendenti (Poste Italiane e Deutsche Post, tra le altre, guidano le rispettive classifiche; negli Stati Uniti USPS è seconda solo a Walmart) e svolge dunque un ruolo cruciale in termini di alimentazione del consenso; inoltre, per la natura stessa del servizio, le reti postali garantiscono una copertura del territorio spesso impareggiabile anche per le burocrazie più strutturate.
Vi sono poi ragioni finanziarie, connesse al fatto che nella maggioranza dei paesi gli operatori postali si sono accreditati – proprio in virtù della presenza capillare e della connotazione pubblicistica – come punti di riferimento per quelle attività di risparmio e amministrazione del denaro sufficientemente semplici da non richiedere l’intervento di una banca, finendo così per gestire quote assai significative della ricchezza nazionale: in proposito, si calcola che Japan Post sia il principale intermediario finanziario al mondo, con depositi per oltre 300 trilioni di Yen (circa 2700 miliardi di Euro) – un ammontare superiore al prodotto interno lordo della Francia.
Si possono, infine, citare questioni funzionali, relative alla contiguità delle attività svolte dai servizi postali e dagli organi amministrativi propriamente detti, che di quelli frequentemente si servono per alleggerire il proprio carico operativo.
Il caso italiano, come evidente, rileva sotto ciascuno di questi profili: una forza lavoro di 150.000 dipendenti, sindacalizzati e vocali; una raccolta complessiva di circa 300 miliardi di Euro che fanno di Poste Italiane – che banca non è – una delle principali banche del paese; l’attribuzione a Poste della funzione di avamposto de facto dei poteri pubblici, con il coinvolgimento nella vita amministrativa (l’azienda gestisce, ad esempio, le pratiche per l’emissione di passaporti e permessi di soggiorno) e persino nella politica economica (si pensi alla vicenda dell’acquisto di Mediocredito Centrale, da parte di Poste Italiane, con l’obiettivo di farne il nucleo della nascitura Banca del Sud).
Nei 27 paesi dell’Unione Europea ben 21 operatori postali rimangono a totale partecipazione pubblica; in altri tre casi (Austria, Belgio, Danimarca) lo stato mantiene una partecipazione superiore al 50%. Possiamo parlare di privatizzazione compiuta solo in Olanda (TNT è una public company senza alcuna partecipazione pubblica), Germania (Deutsche Post è controllata al 30,5% da Berlino, risultando pertanto contendibile), e… Malta.
Ulteriori studi sul problema li puoi reperire qui.
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